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sabato 29 marzo 2014

Posidonia oceanica


Posidonia oceanica è una pianta acquaticaendemica del Mar Mediterraneo, appartenente alla famiglia delle Posidoniacee (Angiosperme Monocotiledoni).
Ha caratteristiche simili alle piante terrestri, ha radici, un fusto rizomatoso e foglie nastriformi lunghe fino ad un metro e unite in ciuffi di 6-7. Fiorisce in autunno e in primavera produce frutti galleggianti volgarmente chiamati "olive di mare".

Forma delle praterie sottomarine che hanno una notevole importanza ecologica, costituendo la comunità climax del mar Mediterraneo ed esercitando una notevole azione nella protezione della linea di costa dall'erosione. Al suo interno vivono molti organismi animali e vegetali che nella prateria trovano nutrimento e protezione.
Il posidonieto è considerato un buon bioindicatore della qualità delle acque marine costiere. Questa specie si trova solo nel Mar Mediterraneo; occupa un’area intorno al 3% dell’intero bacino (corrispondente ad una superficie di circa 38.000 km2), rappresentando una specie chiave dell’ecosistema marino costiero. 
Un segnale inequivocabile dell’esistenza di una prateria di posidonia è la presenza di masse di foglie in decomposizione sulla spiaggia antistante. Per quanto possano essere fastidiose hanno una notevole rilevanza nella protezione delle spiagge dall’erosione. 
Vive tra 1 e 30 metri di profondità, eccezionalmente e solo in acque molto limpide fino ai 40 metri, e sopporta temperature comprese fra i 10 e i 28 °C. È una pianta che necessita di valori di salinità relativamente costanti per cui difficilmente si trova nei pressi di foci di fiumi o nelle lagune. Ha bisogno di una forte illuminazione, per cui la luce è uno dei principali fattori limitanti. Colonizza i fondali sabbiosi o detritici ai quali aderisce per mezzo dei rizomi e sui quali forma vaste praterie, o posidonieti, ad elevata densità (oltre 700 piante per metro quadrato). 
La prateria di posidonia costituisce la "comunità climax" del Mediterraneo, cioè rappresenta il massimo livello di sviluppo e complessità che un ecosistema può raggiungere. Il posidonieto è, quindi, l'ecosistema più importante del mar Mediterraneo ed è stato indicato come "habitat prioritario" nell'allegato I della Direttiva Habitat (Dir. n. 92/43/CEE), una legge che raggruppa tutti i Siti di Importanza Comunitaria (SIC) che necessitano di essere protetti.

- libera nell'ambiente fino a 20 litri di ossigeno al giorno per ogni m2 di prateria
- produce ed esporta biomassa sia negli ecosistemi limitrofi sia in profondità;
- offre riparo ed è area di riproduzione per molti pesci, cefalopodi, bivalvi, gasteropodi, echinodermi e tunicati;
- consolida il fondale sottocosta contribuendo a contrastare un eccessivo trasporto di sedimenti sottili dalle correnti costiere;
- agisce da barriera soffolta che smorza la forza delle correnti e delle onde prevenendo l'erosione costiera;
- lo smorzamento del moto ondoso operato dallo strato di foglie morte sulle spiagge le protegge dall'erosione, soprattutto nel periodo delle mareggiate invernali.
In tutto il Mediterraneo le praterie di posidonia sono in regressione, un fenomeno che è andato aumentando con gli anni con l'aumento della pressione antropica sulla fascia costiera. La scomparsa delle praterie di posidonia ha degli effetti negativi non solo sul posidonieto ma anche su altri ecosistemi, basti pensare che la perdita di un solo metro lineare di prateria può portare alla scomparsa di diversi metri della spiaggia antistante, a causa dei fenomeni erosivi. Inoltre la regressione delle praterie comporta una perdità di biodiversità e un deterioramento della qualità delle acque. La posidonia è molto sensibile agli agenti inquinanti; Le cause della regressione sono da ricercarsi in:
- Pesca a strascico
- nautica da diporto (raschiamento delle ancore sul fondale, sversamenti di idrocarburi, detergenti, vernici, rifiuti solidi etc...)
- costruzione di opere costiere e di conseguenza l'immissione di scarichi fognari in mare che aumentando la torbidità dell'acqua ostacolano la fotosintesi;
- costruzione di dighe, dighe foranee e barriere che modificano il tasso di sedimentazione in mare;
- eutrofizzazione delle acque costiere che provoca un'abnorme crescita delle alghe epifite, ostacolando così la fotosintesi.
Recentemente le praterie sono minacciate anche dalla competizione con due alghe tropicali accidentalmente immesse in Mediterraneo, la Caulerpa taxifolia e la Caulerpa racemosa. Le due alghe presentano una crescita rapidissima e stanno via via soppiantando la posidonia. 
Da circa una ventina di anni sta sempre più prendendo piede l'utilizzo di P. oceanica come indicatore biologico. E' una specie bentonica; La pianta infatti presenta tutte le caratteristiche proprie di un buon bioindicatore:
- presenta un lungo ciclo vitale;
- è diffusa ampiamente in tutto il Mediterraneo;
- ha una grande capacità di concentrazione nei suoi tessuti di sostanze inquinanti;
- è molto sensibile ai cambiamenti ambientali.
Attraverso lo studio delle praterie è quindi possibile avere un quadro piuttosto attendibile della qualità ambientale delle acque marine costiere. 
In passato le foglie erano utilizzate come isolante nella costruzione dei tetti, come lettiera per il bestiame o per imballare materiali fragili, era infatti anche detta "alga dei vetrai". Infarmacologia le foglie erano usate per curare infiammazioni e irritazioni. In alcune aree del Mediterraneo ancora oggi le foglie sono usate nell’alimentazione del bestiame. Attualmente si sta analizzando la possibilità di utilizzarle, in seguito a trattamenti particolari, per concimazione in serricultura e la produzione di biogas.



                                    (foto Isole Pedagne Brindisi)

lunedì 12 agosto 2013

Punta del Serrone, crocetta o cavallino bianco (Brindisi)

Punta del Serrone, "crocetta" o "cavallino bianco" per i brindisini, è situata presso la litoranea nord di Brindisi, alle spalle dell'aeroporto a pochi centinaia di metri da Punta Penne.
La zona ha sia un importanza storica che geologica per la conformazione delle scogliere basse.

STORIA:

I bronzi di Brindisi

Sulla rivista Archeo fu definita da Sabatino Moscati come la "più grande scoperta archeologica dell'estate", si trattava del ritrovamento di oltre duecento reperti recuperati sul fondale nelle acque in località Punta del Serrone, due miglia a nord dall’imbocco del porto di Brindisi, poco prima delle spiagge di Punta Penne, divenuto un importante riferimento per l'archeologia subacquea del territorio. 
Nel suo articolo il Moscati le definisce come "antiche opere d'arte ammirevoli, se pur frammentarie, che riemergono dal fondo del mare... sono gli ormai celebri Bronzi di Brindisi".

La scoperta risale al 19 e 25 luglio del 1992, grazie alle esplorazioni marine di cinque appassionati di pesca subacquea: Luigi Robusto (all'epoca maggiore dei carabinieri), Teodoro ed Aldo SciurtiGiancarlo Scorrano e Giuseppe Tamburrano. All'ufficiale è dovuto il primo ritrovamento, quello fatto alle ore diciannove circa del 19 luglio: a pochi minuti di navigazione del vicino lido dei carabinieri, il maggiore Robusto si immerge nelle acque non lontane dalla "crocetta" di Punta del Serrone, una zona di mare non distante dalle spiagge di Punta Penna. Sul fondale a circa 400 metri dalla riva e a 16 metri di profondità intravede un piede metallico che fuoriesce dalla sabbia. Un altro reperto simile era stato rinvenuto, nella stessa zona, circa 20 anni prima.
Gli altri ritrovamenti si sono avuti a circa una settimana di distanza, quando il vento di tramontana ha permesso al gruppo di sub di tornare ad immergersi nella zona. Questa volta vengono avvistati più pezzi: mani, teste, piedi e anche una prima statua. Il resto viene successivamente recuperato dalle squadre specializzate Gruppo Ricerche Archeologiche Subacquee di Brindisi dal 6 agosto al 2 settembre 1992 durante il quale furono recuperati, in un'area di circa 300 mq, circa settecento frammenti bronzei di varia tipologia e dimensione, di cui duecento identificabili.
Tra queste i più interessanti sono i due torsi di personaggi maschili di dimensioni reali risalenti alla prima età imperiale romana, le due teste barbate tipo figurativo del "Filosofo", due teste di personaggi maschili di età imperiale romana, una delle quali ritrae l'imperatore Tiberio, una testa molto frammentata ritenuta somigliante ai ritratti dell'imperatore Caracalla, due teste femminili di buona fattura e una di bambina, due frammenti riferibili a una coppia di grandi ali accuratamente decorate che appartenevano ad una statua alta circa 2 metri raffigurante Nike, la dea che porta la vittoria in guerre e competizioni, e numerosi frammenti di arti e di panneggi.
Contestualmente presso il Museo brindisino fu allestito un laboratorio di pronto intervento per il trattamento di desalinizzazione e di disidratazione dei materiali recuperati.
Nello stesso specchio di mare già nel 1972 fu recuperato un un piede sinistro in bronzo riferibile ad una statua di notevoli dimensioni, alta almeno 4 metri e rappresentante una figura femminile che indossava una pesante veste. Alla stessa statua, risalente al II secolo d.C, appartengono anche gli altri frammenti di panneggio ritrovati nel 1992.
Si è tanto discusso sulle cause che hanno portato sul fondale brindisino questi reperti, la loro provenienza e soprattutto sulla loro effettiva qualità artistica e storica: alcuni studiosi affermavano che si trattava di scarti di fonderia gettati in mare durante una tempesta, una ipotesi prima abbandonata (considerando le buone rifiniture che presentavano alcuni dei pezzi) e poi rivalutata, dopo la verifica in fase di restauro, dell'avvenuto smembramento di alcune statue prima del loro imbarco. Si è anche parlato di importanti opere trafugate in medio-oriente.
Tutte ipotesi mai confermate, così come non si conosce ancora con certezza la provenienza, l'epoca ed il tipo di "incidente" avvenuto, infatti non ci sono elementi per affermare che c'è stato il naufragio dell'imbarcazione che li trasportava, o se durante una tempesta la nave avesse perso o abbandonato una parte del proprio carico.
La datazione dei reperti comprende un ampio periodo compreso tra la seconda metà del IV secolo a.C. e l'età romana imperiale.
Sono opere definite di "alto livello stilistico-formale", di vario aspetto tipologico, con raffigurazioni di divinità e di personaggi appartenenti a famiglie prestigiose o di potere.
Le lunghe fasi del restauro sono state svolte presso l'Istituto Centrale per il Restauro di Roma e - per i due busti - presso il laboratorio di restauro di Firenze
Una delle statue è costituita da due frammenti, una testa completa di collo ed un busto con il braccio destro scoperti in punti diversi del fondale, rappresenta un principe ellenistico. Secondo lo storico dell'arte greca e romana Paolo Moreno la scultura raffigurerebbe il console romano Lucio Emilio Paolo, vincitore della guerra di Macedonia nel 168 a.C.
L'altra statua raffigura un civis romanus nelle vesti di togato.
Le statue e gli altri interessanti reperti di archeologia subacquea, hanno trovato sede definitiva nella sala di esposizione dei "Bronzi di Punta del Serrone" presso il Museo Archeologico Provinciale "Francesco Ribezzo" - MAPRI - di piazza Duomo, con foto illustrative e la descrizione delle fasi del recupero in mare.


GEOLOGIA:
Il territorio di Brindisi è interessato da fenomeni tettonici che hanno modellato la geologia profonda e più recentemente la morfologia superficiale. Dimostrazione palese la si incontra nella parte nord costiera brindisina subito dopo il porto esterno.
Punta Serrone è caratterizzata da vedere in superficie gli strati di roccia sovrapposti in maniera obliqua a  circa 45°. 





































giovedì 1 agosto 2013

Isole Pedagane (Brindisi)

Le Pedagne sono un gruppo di sei isolotti che si trovano nel porto esterno di Brindisi: Pedagna GrandeGiorgio TrevisoMonacelloLa ChiesaTraversa le più esterne (attualmente tutte zone militari) e di S. Andrea nel porto medio, la più grande.

Isola di Sant'Andrea
Anticamente veniva chiamava isola di Bara, nome di origine orientale o forse ebraica. Nota sin dall'antichità e menzionata da alcuni autori latini e greci come: Appiano, Cesare, Plinio, Lucano.
Nel Medioevo l’isola prese il nome di S. Andrea, quando nel 1059 l’arcivescovo di Brindisi Eustachio la donò ai baresi Melo e Teudelmanno perché vi costruissero un monastero chiamato Sant’Andrea all’Isola; dell'antico edificio rimangono gli imponenti capitelli esposti nel Museo Provinciale. Vi risedettero sino al 1348 monaci benedettini, ai quali furono concesse le rendite provenienti dalla Chiesa di S. Nicola in Brindisi e dalla metà dei canali Delta e Luciana (Fiume Grande e Fiume Piccolo), dove si coltivava il lino. Una parte dei resti del monastero, distrutto quando sull’isola fu realizzato il sistema di fortificazioni a difesa del porto, fu riutilizzata nel XVI secolo per la costruzione della porta maggiore della Chiesa del Carmine, situata nei pressi di Porta Mesagne. Probabilmente quel frammento di architrave in marmo decorato con foglie d’acanto spinoso che si trova all'interno del Calvario, ornava la porta di questa chiesa.
Anche il grande blocco di marmo che giace al margine di Porta Mesagne, un tempo con funzione di paracarro dell’arco stesso, probabilmente era la base per un leone stiloforo messo a guardia del portone di ingresso della chiesa di San’Andrea.

L’isola, per la sua posizione strategica, ha da sempre assunto un importante ruolo per la protezione della città: i Normanni qui costruirono un avamposto a scopo di vedetta, successivamente gli Angioini, con Carlo I d’Angiò, eressero (probabilmente) una torre cilindrica. Con il crescente pericolo di attacchi da parte dei Turchi, dal 1481, inizia l’edificazione del Castello da parte di Alfonso, duca di Calabria, figlio di Ferrante d’Aragona. Nel 1558, sotto gli Asburgo, incominciò la costruzione del Forte a Mare.

Per una migliore difesa delle postazioni militari, l’isola nel tempo è stata divisa artificialmente in tre parti: sulla più esterna sorge appunto il Castello Alfonsino, staccata dall'area del Forte a Mare con l'apertura della darsena; la porzione più a nord, conosciuta come Lazzaretto, fu separata dalla restante porzione con l'ampio taglio della roccia (Canale Vicereale), su quest'area nel 1934 fu installata la batteria di cannoni denominata "Pisacane".

Isola Traversa
Su quest’isola sorge un faro progettato nel 1834 ed eretto su un basamento circolare nel 1859. La portata del suo fascio di luce è di circa 13miglia. Il costo complessivo per la realizzazione fu di 75 mila e 222 lire. Cominciò a funzionare a partire dal 1° febbraio del 1861, consentendo ai naviganti di identificare facilmente l’imboccatura del porto e quindi evitare possibili collisioni con i quattro isolotti presenti nella zona, oltre ai due semisommersi.
Il faro di V ordine, attualmente ancora in funzione (fanale rosso), era custodito da tre fanalisti che si avvicendavano tra loro, interessandosi anche della manutenzione. Sono ancora presenti gli alloggi dei guardiani con cinque stanze e due cucine, oggi in completo degrado.

Isola La Chiesa
Qui è la Grotta dell’Eremita, con affreschi, ora quasi del tutto illeggibili, che si pensò rappresentassero la Natività; sia la grotta che i resti degli affreschi, si immagina, necessitano di urgenti restauri.
Ad uso del religioso, e a vita solitaria, vi erano vano dormitorio ed un sistema per la raccolta delle acque piovane. L’insediamento era collegato con il monastero benedettino dell’isola di S. Andrea.

Isola Pedagna Grande
Su quest'isola è presente la batteria militare “Fratelli Bandiera”, i cui lavori furono iniziati nel 1916.
Successivamente l'area è stata utilizzata come zona di addestramento e base operativa del Reggimento San Marco (fanteria da sbarco della Marina Militare Italiana, già Battaglione San Marco).
I cinque isolotti più piccoli sono di proprietà del demanio militare, pertanto non è possibile avvicinarsi a meno di cinquanta metri di distanza, e solo nel periodo estivo. Infatti con una specifica ordinanza, la Guardia Costiera permette alle imbarcazioni di avvicinarsi agli isolotti solo dall'1 giungo al 30 settembre ma ne vieta tassativamente l'accesso.
Pertanto non è possibile conoscere da vicino quelle testimonianze del passato e verificare lo stato degli affreschi della grotta dell’eremita.



Le foto e i video sono stati effettuati verso Isola Pedagna Grande.
Esiste nel luogo dove abbiamo deciso di fare l'immersione un gran contrasto tra l'area industriale, con la presenza del petrolchimico alle spalle, il porto interno a pochi Km e la centrale a carbone Brindisi nord non molto distante, con ciò che l'ambiente marino ci ha offerto di vedere.
Ci siamo recati in proprio in quel posto perché pescatori della zona ci avevano detto che in mattinata avevano notato una grossa presenza di meduse, un ottimo soggetto da vedere, fotografare e segnalare.
Prima di immergerci pensavamo vista l'area industriale a fianco sicuramente avremmo visto un paesaggio marino deturpato, desolato e inquinato.
E invece con nostro sbigottimento assolutamente no! già a pochi metri dalla spiaggia a pochi centimetri di acqua una flora e fauna marina molto persistente, paesaggi marini che passavano da enormi distese di prateria di Posidonia oceanica (elemento che fà capire che esiste un riciclo di acqua continua e inquinamento marino basso) a scogliere pieni di alghe brune, mitili e pesci di varie specie. Un luogo marino nell'adriatico per gli amanti dello snorkeling da vedere assolutamente.
Consigliamo vivamente di effettuare immersioni accompagnati in un luogo cosi vicino alla città con un contrasto cosi forte con paesaggi marini stupendi. A voi le immagini.